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Questa è una storia che difficilmente troverete sui manuali scolastici. Sarebbe una macchia troppo grande per la decantata Rivoluzione francese. E qualcuno potrebbe anche sobbalzare all’idea che i paladini di liberté, égalité, fraternité crearono un clima da catacombe, come quello dei primi secoli del cristianesimo. Ed invece la furia giacobina non risparmiò neppure trentadue religiose, condannate a morte dal tribunale di Orange nel 1794. La loro colpa era una vita di preghiera e il «fanatismo» per colui che riconoscevano come unico “rivoluzionario” della storia : Gesù di Nazaret. Soltanto a lui potevano giurare eterna fedeltà. Anche a costo della propria vita. E furono accontentate: la ghigliottina pose fine alla loro esistenza. Si rimane sbalorditi nel constatare il faldone di documenti raccolto nel libro Le martiri d’Orange. La persecuzione dei cattolici nella Francia giacobina di André Reyne e Daniel Brehier (Il Cerchio, pp. 262, euro 17), a cura di Matteo d’Amico con la traduzione di Sandro Totti. La cronaca volutamente «fredda» degli eventi non fa che aumentare lo sbigottimento per la carneficina scaturita dalla Rivoluzione. In particolare di quel periodo chiamato «Terrore», che durò dall’autunno 1793 all’estate 1794. Pochi mesi, ma sufficienti per far cadere un numero sproporzionato di teste. Ovunque entrarono in funzione dei tribunali straordinari che emettevano sentenze già scritte. Uno dei più feroci fu quello di Orange, nella Francia sud-orientale: dal 17 giugno al 5 agosto 1794, ordinò la decapitazione di 332 persone, fra queste 36 preti e le 32 religiose. Le suore furono rastrellate in diversi conventi e rinchiuse nella prigione «La Cure» di Orange: appartenevano a ordini differenti, in maggioranza Orsoline e Sacramentine. Una persecuzione inaudita e brutale che affonda le origini nella battaglia culturale condotta dai philosophes contro la Chiesa, i dogmi della fede e i riti della religione, ritenuti contrari alla ragione e alla morale del secolo dei Lumi. L’obiettivo non era eliminare Dio, già apertamente negato, quanto quello di rimpiazzarlo con la Dea Ragione. Con esiti anche grotteschi, come la sostituzione del calendario gregoriano con quello rivoluzionario. Drammatica fu la profanazione e la chiusura dei luoghi sacri, la confisca dei beni ecclesiastici, la cancellazione dei segni cristiani perfino nei cimiteri. La Costituzione civile del Clero, condannata anche da papa Pio VI, poneva la Chiesa nelle mani dello Stato. Il clero doveva scomparire o prestare il giuramento di «libertà-uguaglianza». Anche le suore dovevano giurare in nome di quella liberté che aveva già fatto fuori migliaia di credenti. Era inconcepibile che dei giovani potessero mettersi al servizio di Dio: per i rivoluzionari di professione la loro era solo superstizione e fanatismo. Per questo non riuscivano a comprendere la gioia di quelle religiose che con il rifiuto del giuramento preferivano il patibolo. In carcere continuavano ad alzarsi alle 5 del mattino per pregare e dar conforto agli altri disperati. Andavano serenamente incontro alla morte, al punto che vollero baciare la ghigliottina e ringraziare giudici e carnefici. Una di loro disse: «Sono fuori di me dalla gioia, perché vedrò il mio Signore». La più giovane aveva 24 anni. Sarebbero state tutte beatificate da Pio XI il 10 maggio 1925. Un sacrificio ignorato per anni. Una testimonianza che lasciò incredulo perfino il boia: «Queste disgraziate muoiono sorridendo».
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